Forse è la sottigliezza più raffinata da comprendere di un giocoche va gustato nel sublime della sua estetica con occhi sempre acuti...lentamente... ripetutamente. E' la Ruck...quando un giocatore assume la posizione fetale, rannicchiato a proteggere la palla e viene avvolto dal guscio fisico creato su di lui dal corpo dei compagni.
E' una delle essenze primordiali del rugby... il paradosso di un linguaggio segreto fatto di calore e conforto e fatica insieme... dove la forza raffigura altro...un altro paradosso... come se l'uomo con la sua virilità, gli uomini con la loro lotta, sublimassero la femminilità nello sforzo del parto e della nascita.
Perchè quel giocatore che aspetta... sommerso... che sente il rumore della folla attutito e il respiro dei compagni e degli avversari; il sudore dei loro muscoli tesi nello sforzo opposto di proteggerlo o trattenerlo; che cerca di capire ciò che avviene fuori: intuire la tattica del mediano che aprirà il gioco dal tempo che passa a sopportare il peso degli altri su di sè. Quel giocatore è simile ad un bambino che attende, attende di uscire dal ventre della madre... quando qualcuno tirerà fuori da li la palla da lui conquistata come una levatrice la vita... e la lancerà per permetterle di volare o correre e trovare altri compagni e nuova forza e bellezza... verso una meta da raggiungere insieme.Per dare arte al caos, luce al buio... coraggio alla morte attraverso il dolore..." un passo in su, un altro passo in su... risalirò la scala fino alla vita... upane, upane, upane...kaupane whiti te ra "
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